La famiglia nella Fase 2, un viaggio in acque ignote?

di Francesco BELLETTI
Direttore Cisf (Centro internazionale studi famiglia)

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La pandemia ha colpito l’Italia in modo drammatico; poche nazioni hanno sofferto come ha sofferto il nostro Paese, e anche i percorsi di uscita dall’emergenza vera e propria (un po’ enfaticamente definiti come Fase 2) si presentano maggiormente incerti nel nostro Paese, rispetto a tante altre nazioni europee. Mai come in queste difficili settimane di emergenza, peraltro, è emerso con rinnovata chiarezza che la famiglia è il primo luogo di custodia e di tutela dell’umano, e insieme una risorsa irrinunciabile di coesione sociale e di responsabilità verso il bene comune: un capitale sociale praticamente impossibile da sostituire. Questo ha confermato l’esperienza di #iorestoacasa, che ha affidato alle famiglie, nel nostro Paese, il compito di proteggere la salute di ciascuno e di tutti. Io resto a casa, cioè in famiglia: e i genitori si sono sobbarcati dall’oggi al domani un impressionante sovraccarico educativo e gestionale, con i propri figli, esclusivamente all’interno delle pareti domestiche, affidandosi soprattutto a quelle relazioni familiari interne che si sono confermate, nella stragrande maggioranza delle famiglie italiane, come valore educativo e risorsa insostituibili per le nuove generazioni.

Un secondo nodo è il salto tecnologico sull’uso del digitale che le famiglie italiane sono state costrette a fronteggiare in brevissimo tempo. In pochi giorni i social, i cellulari e i rapporti online sono diventati una risorsa preziosissima per conservare relazioni, per mantenere contatti, per essere vicini alle persone con cui prima ci si poteva vedere quotidianamente. «Ti butto in acqua: o impari a nuotare o affoghi»; questo è stato il violento metodo pedagogico che la pandemia ha imposto alle famiglie italiane nei confronti delle Itc e delle relazioni digitali: o impari in fretta a usarli e amarli, o resti ancora più isolato e «recluso» tra le quattro mura domestiche. Così, da nemiche della relazione, le reti digitali si sono trasformate in risorse preziose, non solo per i figli, ma anche per gli adulti. In altri termini il digitale ha sostenuto e alimentato la capacità delle relazioni familiari di allargarsi oltre al confine del nucleo ristretto, «di fare ponte», per connettersi con altre persone, costruendo reti informali che si sono rivelate sempre più decisive nel proteggere il benessere e l’equilibrio delle persone: non solo dei figli, ma anche degli adulti. Il digitale ha anche supportato le relazioni intergenerazionali con i propri parenti lontani (in primis i genitori anziani), mantenendo contatti regolari con i nonni lontani, ma anche con i soggetti isolati a casa in quarantena perché positivi al virus, o addirittura con quelli ospedalizzati nei reparti di terapia intensiva. E tanti nonni si sono scoperti capaci di digitare su uno smartphone, pur di riuscire a vedere i propri figli o i propri nipoti. Il digitale non ha investito solo gli spazi relazionali familiari, ma ha anche interpellato e sfidato con grande urgenza anche altri due ambiti decisivi del sociale oggi, che sono stati travolti dall’esigenza del «distanziamento sociale»: la scuola e il mondo del lavoro. Quanto di questa innovazione forzata diventerà patrimonio organizzativo e know how consapevole e permanente delle persone e delle organizzazioni didattiche e produttive in questa Fase 2, ottimisticamente definita del «ripartire»? Saranno capaci, le aziende, di riformulare per obiettivi (e non per mera presenza o per mera «conformità») la qualità del lavoro dei propri dipendenti? Sapranno i docenti di scuola e università conservare e riprodurre le incredibili innovazioni didattiche che sono fiorite in queste brevi e durissime settimane, o si tornerà al tran tran burocratizzato di programma ministeriale, circolari del direttore didattico, competenze circoscritte, colloqui con i genitori due volte l’anno? E quale potrà essere il ruolo dei genitori, se scuola e impresa non li sosterranno in un bilanciamento dei tempi e dei carichi che è tutto da inventare?

Fonte: https://www.chiesadimilano.it/


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